Gardening in azienda

Giorni fa ho visto ancora un Organigramma, in una azienda nuova (si chiamano, mi sembra, start-up) costituita di appena sei persone !

<< E ne esistono ancora? e servono ancora? >>  mi sono chiesto, stupito (di organigrammi, non di start-up, oggi numerosissime….).

Anzi, ho visto reclamare, insieme a quel foglio con la gerarchia scolpita a blocchi e linee, e anche con molta autorità e veemenza ed una precisione chirurgica, ho visto reclamarne, dicevo, il rispetto di compiti, mansioni, regole, procedure e su questa ragnatela ho visto imbastire la comprensione del passato, l’interpretazione del presente e la costruzione del futuro dell’azienda, delle persone, del capitale, del lavoro.

Ho visto ancora in questi giorni girare presso questa stessa azienda il vortice di quella girandola ingegneristica “plan-do-check” fatta di “obiettivi s.m.a.r.t.”, di “progettazione lineare”, di “output deterministico”, di “indicatori” e in questo vortice persone e capitali e ore ed ore di lavoro e fatica.

Tanta fatica nel cercare, alle volte invano, di mantenere i risultati attesi.

Ho visto soffiare sulla girandola il vento del progetto-opportunità-da-non-perdere, quella iniziativa che piove spesso per caso, duale, non sistemica, che all’improvviso e spesso solo apparentemente fornisce (e assorbe) nuova energia.

E questi modelli organizzativi funzionano ancora oggi, durante l’epoca della globalizzazione, dello “sharing di competenze” nei social e sul web ?

Personalmente sono convinto di no, o che perlomeno questo modello debba essere fortemente attenuato se non altro perchè c’è molto poco di deterministico nei Business Plan dei giorni nostri: orizzonte breve, relazioni complesse, variabili e concorrenza tutt’attorno piuttosto incontrollabili.

Un modello, quello dell’organigramma, che a mio avviso, nelle aziende moderne, nei continui start-up cui anche le imprese più durature devono oggi sottoporsi per rilanciarsi, va attenuato per lasciare spazio ad un altro riferimento: il “giardinaggio” o, meglio detto, il “Modello gardening”.

Il giardino spontaneo è per me la metafora dell’azienda moderna, globale, sociale, di quel laboratorio continuo che deve essere una vera “fabbrica”, che prima di prodotti e fatturato è soprattutto capace di produrre “idee” e “relazioni” e “mediazioni”.

Nella “azienda-giardino” c’è infatti la cura continua delle relazioni interne, e delle relazioni interno-esterno, mai solo duali, più spesso come rete complessa di relazioni, c’è la motivazione e il gruppo di lavoro più che il lavoro di gruppo.

In questo “giardino-azienda” è favorita la coltivazione e la protezione delle piccole idee di ognuno, perchè possano crescere; le erbe e le piante, anche selvatiche, nascono spontanee, occorre solo valorizzarle, alle volte contenerle, più spesso è sufficiente guidarle verso una forma ed una armonia ben immaginate.

La visione del futuro nella azienda-giardino è intravista, la progettazione è interattiva ed evolutiva, l’implementazione è sempre sperimentale, per facilitare l’apprendimento di ciascuno, del gruppo e delle strategie.

L’azienda-giardino cresce sempre, vive del ritmo delle stagioni, della realtà, nella realtà per come è.

E’ un giardino nel quale fiducia, collaborazione, confronto continuo, crescita avvengono grazie alla guida attenta di una “leadership adattativa e  situazionale”, sempre concentrata sul capitale delle competenze personali e delle relazioni e con “ruoli” che non affermano ma mettono in contatto, creano legami di collaborazione, di filiera, di costruzione.

Ogni mattina il leader annaffia, accomoda le radici sotto la terra, sfoltisce, dà forma, senso e significato ad ogni angolo ad ogni filo d’erba, con cura, attenzione e buon gusto.

L’azienda-giardino è bella da vedere, da visitare, da lavorarci dentro e lavorarci insieme. Ed è anche una azienda più forte di altre, specie nella situazione attuale nella quale “tutti sanno fare di tutto”.

Appunti da un articolo

Rifletto e prendo qualche appunto da un articolo apparso sul sito di Repubblica quest’oggi (14 Marzo 2017), dal titolo: <<Come salvare l’onore al tempo dei social>> – Una riflessione filosofica sul “come ci vediamo visti”: il bene più ricercato in epoca di social e condivisione – di Marco Belpoliti (link). Ne consiglio la lettura.

Leggo l’articolo che trae spunto dalle attenzioni individuali che in molti oggi dedicano alla propria visibilità e soprattutto reputazione sui Social, pensando, invece, per traslazione di pensiero, al Web per le aziende, all’uso professionale del Web e dei Social e ne trovo affinità per me interessanti.

Cito direttamente, tra questi miei appunti, alcuni passaggi dell’articolo di Marco Belpoliti di Repubblica.it:

<< C’è un’espressione molto di moda tra coloro che operano nel Web: “capitale reputazionale”. Indispensabile per ottenere un posizionamento sociale, comporta l’accesso a cerchie sociali decisive per essere riconosciuti e ottenere potere e prestigio, e dunque anche denaro. Da quando l’utilizzo dei media è diventato alla portata di tutti grazie al Web, da quando esiste il modo per farsi vedere attraverso i social, la classifica di notorietà e di stima, è diventata fondamentale. Qualcosa che estende e moltiplica il quarto d’ora di notorietà evocato da Andy Warhol. Ma la reputazione è qualcosa di più della notorietà. Permette di accrescere quel capitale, proprio come si fa in borsa e nella finanza: è moneta simbolica. Robert K. Merton, sociologo americano, l’ha chiamato “effetto San Matteo” da un passo del Vangelo: “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Più si possiede un capitale reputazionale, più si può aumentarlo. Esiste inoltre un nesso stretto tra la reputazione individuale e l’appartenenza a un gruppo stimato. >>

E ancora un passaggio per me interessante dell’articolo:

<< …. la reputazione (ndr) basta a se stessa, per questo viene inseguita ad ogni costo. …. Origgi (ndr: Gloria Origgi in “La reputazione” – Università Bocconi Editore – ) sostiene che l’era della informazione sta tramontando a favore dell’era della reputazione, in cui l’informazione “avrà valore solo se già filtrata, valutata e segnalata dagli altri”, tanto da essere uno dei vari aspetti di quella che viene chiamata “l’intelligenza collettiva”. Vero. >>

Vero. Lo penso anch’io

Tempo fa ho avuto una presentazione presso la Direzione di una importante azienda meccanica. Come sempre, con qualche minuto di anticipo ho avuto modo di allestire il mio schermo per la mia presentazione in Sala Riunioni. Per una cortesia e per non essere immediatamente invadente con la mia pagina di copertina, non avendo con me una infografica adatta all’abbrivio, ho aperto a video la home page del sito web della azienda che mi ospitava: volevo creare un ponte tra alcune delle parole chiave in evidenza nella presentazione identitaria dell’azienda che avevo esplorato e che mi colpivano, e l’argomento del mio intervento.

Bene, è stata una partenza a sorpresa: appena seduto, il titolare, guardando la proiezione, senza che io aggiungessi nulla, ha palesemente manifestato la sua distanza da quella “home page”, dai suoi contenuti: ho realizzato che quel sito web e le parole e le immagini che li’ apparivano potevano essere il frutto del bravo Web Designer e Copywriter di turno e non erano evidentemente il “selfie” desiderato dall’azienda.

Ho sorvolato, in quel momento, introducendo subito il mio tema dopo il benvenuto e i ringraziamenti per l’ospitalità, senza “il ponte” che avevo immaginato, ma ci ritornero’ su: sono convinto ci sia qualcosa di interessante in quella “distanza” tra una azienda meccanica (metallo pesante) e il web.

CELLE ISOLE ROBOT, E GLI OPERAI ?

Oggi ho visitato due stabilimenti: erano un po’ di anni che non entravo nel vivo degli ambienti di produzione, della meccanica, del metallo, che nella mia zona, non lontano da casa, sono ancora presenti e pesanti.

Innanzititto, avvicinandomi alle aree industriali delle mie zone visitate ho incrociato più volte, tra strade più strette o più larghe, tanto da dovermi fare da parte con la mia automobile,  ho incontrato, dicevo, tanti autrasporti, lunghi, grandi, proprio tanti.

Buon segno, mi dico, piccolo segnale molto incoraggiante per questo periodo di profondo pessimismo e depressione del quale tutti da tempo parliamo o forse non ne parliamo neanche più: tanti camion vuole dire merci che circolano, grezzi che alimentano le produzioni e produzioni che restituiscono pezzi finiti o motori o parti pronte al montaggio finale.

Quindi, lavoro e produzione che riprendono.

Merci che arrivano da dove e dirette dove?

Alla reception chiedo, da ignorante: ma come! mi dice, India! Stupito non ho chiesto oltre, sono rimasto con il dubbio: materie grezze dall’India o finiti che vanno in India ? oppure tutte e due ? Preferisco non capire.

Entro finalmente con la mia guida nel primo stabilimento: capannonne  lunghissimo, più lungo che largo, corridoi longitudinali lunghi da parete a parete, rumori, luce, nessuno all’orizzonte.

Finalmente la prima cella, che era l’oggetto della mia visita: una sorta di ringhiera o cancellata racchiude, dentro, un robot giallo che è padrone assoluto di tre pallet di materiale e quattro torni: con movimenti facili e impossibili (mi viene il torcicollo solo ad immmaginarli) fa l’asservimento robotizzato. Una attesa breve, si apre la gabbia del tornio, il robot si allunga, veloce, e le sue “manine” prendono spostano ribaltano, lentamente. Il pezzo è finito, almeno nella parte superiore, ancora grezzo, invece, nella sua corona inferiore.  Il braccio giallo si gira, si inchina dal lato opposto e deposita un nuovo grezzo da lavorare, si richiude il tornio e poi il semilavorato viene depositato in un’altra gabbia nel frattempo liberata del suo pezzo finito ed allora anche la parte inferiore viene lavorata: il pezzo esce lucente su tutte le superfici, dopo un gran rumore sordo che veniva da dentro la gabbia più vicina alla mia posizione.

La cella o isola è di pochi metri, un cancello proibisce l’ingresso agli umani, pochi ne vedo, in verità,  in tutto il capannone. Se si apre il cancello la macchina ed il robot si bloccano immobilizzati: bene, mi dico, molto rassicurante.

Cambio stabilimento, gli unici umani li vedo, più di uno, intorno allo scarico merci, laggiù in fondo, l’unico luogo che raccoglie un manipolo di persone, molto indaffarate.

Entro, ecco una cella molto grande, i pezzi sono molto grandi e vengono trasformati da grezzi a finiti in alcuni passaggi dentro centri di lavorazione diversi e affiancati quasi a cerchio intorno al maestro d’arte: un robot di due tre gomiti, alto, grande, sicuro e capace di smistare i pezzi, ribaltarli, prelevarli affidarli e riprenderli dalle lavorazioni. Spesso si ferma immobile, come morto, improvvisamente si ravviva e si muove, quando si apre una gabbia, infila le sue “manine” opposte, poi ripete i movimenti ma per percepire che sta ripetendo una sequenza di mosse già viste, passa qualche minuto. Solo dopo un po’ di tempo che si muove cosi’ come ho visto, ho realizzato che esegue le sue geometrie sempre uguali per 24 ore al giorno, per 7 giorni la settimana. Unica variante, sapere che man mano svuota il pallet dei pezzi grezzi, a sinistra, e man mano affianca l’uno all’altro i pezzi finiti, a destra, sapendo distinguere, a memoria e senza vedere,  la posizione libera e la posizione occupata.

Ne esco colpito, impressionato, molto soddisfatto per il progresso visto, incuriosito per aver incrociato qualche operaio, da lontano, tutti solo al ricevimento merci.

Mi dicono che i robot saranno o sono già “tassati”, non ho capito bene: sembra paghino annualmente l’Irpef come gli umani.

APPUNTI O BLOG ?

tranquilli… questo non è l’ennesimo nuovo blog realizzato in wordpress.

E’ il mio quaderno di appunti analogici messi in formato digitale aperto al web.

Quando sono su queste pagine, sul web, scrivo e prendo nota di idee, highlights, libri da leggere e letti, cose dette o fatte da altri che mi colpiscono.

Scrivo fermandomi un attimo, perchè ascolto, leggo, osservo, confronto, mi pongo domande.

Sono convinto che l’attenzione e l’osservazione servono a poco se non si fissano e memorizzano quegli elementi nuovi che colpiscono e dai quali si apprendono competenze nuove. Raccogliere informazioni importanti, del resto, sono certo sia inutile senza la riflessione e l’esercizio di farne nuovi comportamenti e, quindi, cambiamento.

L’apprendimento ed il cambiamento, le nuove strategie ed i nuovi strumenti per me e per chi lavora con me sono importanti.

Sono un consulente e formatore attento, un facilitatore del cambiamento e del miglioramento delle organizzazioni, dei processi e delle competenze professionali.

Contribuisco con il mio lavoro allo sviluppo delle organizzazioni, delle persone in ruolo e delle tecnologie per l’innovazione e, quindi, per il progresso.

Contribuisco allo sviluppo dell’economia.