Appunti da un articolo

Rifletto e prendo qualche appunto da un articolo apparso sul sito di Repubblica quest’oggi (14 Marzo 2017), dal titolo: <<Come salvare l’onore al tempo dei social>> – Una riflessione filosofica sul “come ci vediamo visti”: il bene più ricercato in epoca di social e condivisione – di Marco Belpoliti (link). Ne consiglio la lettura.

Leggo l’articolo che trae spunto dalle attenzioni individuali che in molti oggi dedicano alla propria visibilità e soprattutto reputazione sui Social, pensando, invece, per traslazione di pensiero, al Web per le aziende, all’uso professionale del Web e dei Social e ne trovo affinità per me interessanti.

Cito direttamente, tra questi miei appunti, alcuni passaggi dell’articolo di Marco Belpoliti di Repubblica.it:

<< C’è un’espressione molto di moda tra coloro che operano nel Web: “capitale reputazionale”. Indispensabile per ottenere un posizionamento sociale, comporta l’accesso a cerchie sociali decisive per essere riconosciuti e ottenere potere e prestigio, e dunque anche denaro. Da quando l’utilizzo dei media è diventato alla portata di tutti grazie al Web, da quando esiste il modo per farsi vedere attraverso i social, la classifica di notorietà e di stima, è diventata fondamentale. Qualcosa che estende e moltiplica il quarto d’ora di notorietà evocato da Andy Warhol. Ma la reputazione è qualcosa di più della notorietà. Permette di accrescere quel capitale, proprio come si fa in borsa e nella finanza: è moneta simbolica. Robert K. Merton, sociologo americano, l’ha chiamato “effetto San Matteo” da un passo del Vangelo: “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Più si possiede un capitale reputazionale, più si può aumentarlo. Esiste inoltre un nesso stretto tra la reputazione individuale e l’appartenenza a un gruppo stimato. >>

E ancora un passaggio per me interessante dell’articolo:

<< …. la reputazione (ndr) basta a se stessa, per questo viene inseguita ad ogni costo. …. Origgi (ndr: Gloria Origgi in “La reputazione” – Università Bocconi Editore – ) sostiene che l’era della informazione sta tramontando a favore dell’era della reputazione, in cui l’informazione “avrà valore solo se già filtrata, valutata e segnalata dagli altri”, tanto da essere uno dei vari aspetti di quella che viene chiamata “l’intelligenza collettiva”. Vero. >>

Vero. Lo penso anch’io

Tempo fa ho avuto una presentazione presso la Direzione di una importante azienda meccanica. Come sempre, con qualche minuto di anticipo ho avuto modo di allestire il mio schermo per la mia presentazione in Sala Riunioni. Per una cortesia e per non essere immediatamente invadente con la mia pagina di copertina, non avendo con me una infografica adatta all’abbrivio, ho aperto a video la home page del sito web della azienda che mi ospitava: volevo creare un ponte tra alcune delle parole chiave in evidenza nella presentazione identitaria dell’azienda che avevo esplorato e che mi colpivano, e l’argomento del mio intervento.

Bene, è stata una partenza a sorpresa: appena seduto, il titolare, guardando la proiezione, senza che io aggiungessi nulla, ha palesemente manifestato la sua distanza da quella “home page”, dai suoi contenuti: ho realizzato che quel sito web e le parole e le immagini che li’ apparivano potevano essere il frutto del bravo Web Designer e Copywriter di turno e non erano evidentemente il “selfie” desiderato dall’azienda.

Ho sorvolato, in quel momento, introducendo subito il mio tema dopo il benvenuto e i ringraziamenti per l’ospitalità, senza “il ponte” che avevo immaginato, ma ci ritornero’ su: sono convinto ci sia qualcosa di interessante in quella “distanza” tra una azienda meccanica (metallo pesante) e il web.