CELLE ISOLE ROBOT, E GLI OPERAI ?

Oggi ho visitato due stabilimenti: erano un po’ di anni che non entravo nel vivo degli ambienti di produzione, della meccanica, del metallo, che nella mia zona, non lontano da casa, sono ancora presenti e pesanti.

Innanzititto, avvicinandomi alle aree industriali delle mie zone visitate ho incrociato più volte, tra strade più strette o più larghe, tanto da dovermi fare da parte con la mia automobile,  ho incontrato, dicevo, tanti autrasporti, lunghi, grandi, proprio tanti.

Buon segno, mi dico, piccolo segnale molto incoraggiante per questo periodo di profondo pessimismo e depressione del quale tutti da tempo parliamo o forse non ne parliamo neanche più: tanti camion vuole dire merci che circolano, grezzi che alimentano le produzioni e produzioni che restituiscono pezzi finiti o motori o parti pronte al montaggio finale.

Quindi, lavoro e produzione che riprendono.

Merci che arrivano da dove e dirette dove?

Alla reception chiedo, da ignorante: ma come! mi dice, India! Stupito non ho chiesto oltre, sono rimasto con il dubbio: materie grezze dall’India o finiti che vanno in India ? oppure tutte e due ? Preferisco non capire.

Entro finalmente con la mia guida nel primo stabilimento: capannonne  lunghissimo, più lungo che largo, corridoi longitudinali lunghi da parete a parete, rumori, luce, nessuno all’orizzonte.

Finalmente la prima cella, che era l’oggetto della mia visita: una sorta di ringhiera o cancellata racchiude, dentro, un robot giallo che è padrone assoluto di tre pallet di materiale e quattro torni: con movimenti facili e impossibili (mi viene il torcicollo solo ad immmaginarli) fa l’asservimento robotizzato. Una attesa breve, si apre la gabbia del tornio, il robot si allunga, veloce, e le sue “manine” prendono spostano ribaltano, lentamente. Il pezzo è finito, almeno nella parte superiore, ancora grezzo, invece, nella sua corona inferiore.  Il braccio giallo si gira, si inchina dal lato opposto e deposita un nuovo grezzo da lavorare, si richiude il tornio e poi il semilavorato viene depositato in un’altra gabbia nel frattempo liberata del suo pezzo finito ed allora anche la parte inferiore viene lavorata: il pezzo esce lucente su tutte le superfici, dopo un gran rumore sordo che veniva da dentro la gabbia più vicina alla mia posizione.

La cella o isola è di pochi metri, un cancello proibisce l’ingresso agli umani, pochi ne vedo, in verità,  in tutto il capannone. Se si apre il cancello la macchina ed il robot si bloccano immobilizzati: bene, mi dico, molto rassicurante.

Cambio stabilimento, gli unici umani li vedo, più di uno, intorno allo scarico merci, laggiù in fondo, l’unico luogo che raccoglie un manipolo di persone, molto indaffarate.

Entro, ecco una cella molto grande, i pezzi sono molto grandi e vengono trasformati da grezzi a finiti in alcuni passaggi dentro centri di lavorazione diversi e affiancati quasi a cerchio intorno al maestro d’arte: un robot di due tre gomiti, alto, grande, sicuro e capace di smistare i pezzi, ribaltarli, prelevarli affidarli e riprenderli dalle lavorazioni. Spesso si ferma immobile, come morto, improvvisamente si ravviva e si muove, quando si apre una gabbia, infila le sue “manine” opposte, poi ripete i movimenti ma per percepire che sta ripetendo una sequenza di mosse già viste, passa qualche minuto. Solo dopo un po’ di tempo che si muove cosi’ come ho visto, ho realizzato che esegue le sue geometrie sempre uguali per 24 ore al giorno, per 7 giorni la settimana. Unica variante, sapere che man mano svuota il pallet dei pezzi grezzi, a sinistra, e man mano affianca l’uno all’altro i pezzi finiti, a destra, sapendo distinguere, a memoria e senza vedere,  la posizione libera e la posizione occupata.

Ne esco colpito, impressionato, molto soddisfatto per il progresso visto, incuriosito per aver incrociato qualche operaio, da lontano, tutti solo al ricevimento merci.

Mi dicono che i robot saranno o sono già “tassati”, non ho capito bene: sembra paghino annualmente l’Irpef come gli umani.